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E’ tornata la delegazione di “Oltre la rete”, il progetto educativo umanitario sportivo della Scuola di Pallavolo Anderlini e Moxa a cui ha partecipato il nostro Riccardo de Dominicis

È tornata la delegazione di “Oltre la rete”, il progetto educativo umanitario sportivo della Scuola di Pallavolo Anderlini in collaborazione con MOXA a cui ha partecipato il nostro Riccardo. Un’esperienza profonda carica di grandi emozioni……dal diario di viaggio di Riccardo:
 
“Partiamo
ci incontriamo ad Orte; Giobbe e Susanna mi caricano in auto destinazione aereoporto.
Sbrigate le formalità burocratiche e fisiologiche ci imbarchiamo quasi sei ore di volo e siamo ad Adis Ababa e non Abeba.
Zerihun ci attende con un auto e passiamo a prendere Alessandro.
Cambiamo i soldi, breve colazione e si parte: ci attendono 300 km di strada africana.
Paesaggi, volti, animali, comunità si avvicendano lungo la strada: storie millenarie, colori stupendi, visi bellissimi.
Impieghiamo circa 8 ore per raggiungere la nostra meta: Shallala, un piccolo villaggio dove una missione di suore offre assistenza sanitaria e non solo.
Un villaggio africano che si estende tra la vegetazione per chilometri e chilometri.
Ci offrono un letto, un bagno e del cibo: silenziose e sorridenti ci accudiranno per tutta la settimana.
Stanchi ci prepariamo ad una notte di riposo.
è domenica: il villaggio é in festa.
Camminiamo un pò e poi andiamo a messa.
Uomini seduti da una parte, donne dell’altra: bambini davanti e adulti dietro.
Tutti in una dignitosa compostezza partecipano cantando alla loro messa.
Pregano e sperano un futuro migliore.
Pomeriggio prove tecniche: inventario dei materiali, prova montaggio dei campi e a fine giornata gonfiamo i palloni.
È sera: scriviamo il programma del giorno dopo e ci corichiamo.
Lunedì , si inizia.
Andiamo a scuola: classi colorate e festanti ci aspettano.
Sono tanti, sorridenti e felici di avere lo “straniero” tra loro.
Siamo la loro novità, il loro sorriso, e per qualche giorno la loro gioia.
Tutti quei palloni gialli li in terra stanno a significare che oggi è un giorno speciale.
Cinque ore di lezione con classi di 60,70 e anche più ragazzi e ragazze.
Ci eravamo preparati bene e tutto fila liscio.
Si divertono, ridono, urlano ed era questo il nostro scopo: i loro professori ci aiutano, guardano, collaborano e solo come lo sport sa fare si fondono con noi.
È sera: siamo stanchi ma c’è mercato.
E siccome c’è una volta alla settimana, andiamo.
Colori, odore, umanità e miseria si fondono insieme: ci mischiamo a loro cercando di mimetizzarci.
È difficile; lo straniero è inconfondibile e così abbiamo tanta gente che ci cammina dietro.
È martedì.
Comincia un nuovo giorno.
Nuove speranze, nuove emozioni, nuovi vortici.
Lasciamo ai prof l’organizzazione del lavoro e noi li aiutiamo incoraggiandoli.
Sono bravi, hanno i loro ritmi, la loro storia, la loro millenaria cultura.
Sono orgogliosi e fanno: i nostri occhi si incrociano e scatta sempre un ok di approvazione.
Finisce la giornata e ci dedichiamo ad un oretta di cammino tra la vegetazione:
case, animali, orti, alberi e umanità si fondono in un panorama di luce particolare.
Scattiamo foto a più non posso, e seguiti da bambini festanti, dimentichiamo i nostri anni, i nostri pensieri, le nostre occidentali responsabilità e ci mettiamo a fare i giullari.
Scende la luce, e la sera ci attende.
Giorni simili, si ripetono scandendo il ritmo della lentezza dell’orologio biologico.
Alla scuola stiamo facendo un buon lavoro, con insegnanti ed alunni.
Tra di noi c’è empatia, è nata una chimica che non era scontato nascesse.
Per la prima volta non mi sento al di sopra di una persona più bisognosa di me: sono riuscito a scendere dallo scalino e a mischiarmi con il tutto che mi circonda: capre, asini, bambini, donne, uomini, mucche, piante.
Esco al mattino senza dovermi ricordare di prendere i soldi, i documenti o le chiavi della macchina.
Non ho nulla ma ho la libertà: i soldi sono i sorrisi e le strette di mano, i documenti il mio viso e la mia anima, la macchina i miei piedi.
Arriviamo a venerdi: è il giorno dei saluti.
Non è facile, e a raccontarlo si pecca di buonismo.
Umanità è anche piangere e, come diceva Mauro Rostagno, il pianto é il sorriso al contrario e noi stiamo ridendo piangendo.
Il cancello si chiude, lasciando fuori di se cuori ricolmi di Amore
 
a presto
namastè
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